Storia dei tessuti Wax: il viaggio globale di una stoffa diventata africana
- Lucia Pavan/ likeUafrica

- 19 dic 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Aggiornamento: 7 giorni fa
Il termine più specifico per indicare i tessuti comunemente considerati di origine africana è wax — “cera” in inglese — un nome generico che identifica stoffe i cui motivi decorativi vengono ottenuti tramite una tecnica di tintura a riserva che utilizza la cera.Contrariamente a quanto si possa pensare, questa tecnica non è originaria dell’Africa, ma deriva dai celebri batik indonesiani.
In Indonesia il batik veniva realizzato grazie a uno strumento chiamato canting, composto da un piccolo serbatoio di metallo con manico in legno. Dal serbatoio colava la cera fusa, utilizzata per coprire le parti del tessuto che non si volevano tingere. Il batik è infatti una tintura a riserva: dopo l’immersione della stoffa nel bagno di colore e la successiva rimozione della cera, i motivi decorativi rimanevano del colore originale del tessuto. Il procedimento poteva essere ripetuto più volte, permettendo di ottenere disegni multicolori di straordinaria complessità.

Questa tecnica è stata utilizzata in diverse parti del mondo — India, Sri Lanka, Cina,— ma è in Indonesia che ha raggiunto il massimo livello di raffinatezza, con tessuti finemente decorati e altamente simbolici.
Dall’Indonesia all’Africa occidentale
Verso la metà del XVIII secolo, gli olandesi reclutarono truppe nella Costa d’Oro (l’attuale Ghana) per combattere le guerre coloniali sull’isola di Giava. Secondo diverse fonti, al loro rientro i soldati ghanesi portarono con sé alcuni batik, introducendo così in Africa occidentale il gusto per questi tessuti.Le élite locali iniziarono a richiederne l’importazione, dando origine a un vasto mercato che, a partire dal XIX secolo, avrebbe generato una delle industrie tessili più durature e redditizie della storia coloniale.

L’industria europea e la nascita del wax “africano”
I produttori europei compresero rapidamente quanto fosse conveniente replicare i batik indonesiani in Europa per poi rivenderli oltremare. Inizialmente, tuttavia, l’Africa non era il mercato di riferimento: le prime imitazioni erano destinate all’Indonesia stessa.Nel 1846, nei Paesi Bassi, venne fondata l’azienda tessile Van Vlissingen, poi conosciuta come Vlisco, specializzata nella produzione di tessuti stampati per il mercato giavanese. Il primo riferimento esplicito a tessuti realizzati appositamente per l’Africa occidentale compare nei registri aziendali nel 1852.
Anche la società olandese Prévinaire, con sede ad Haarlem, si concentrò sulla produzione di stampe a cera. Intorno al 1850, J.B.T. Prévinaire sviluppò una tecnica innovativa che sostituiva la cera con una resina calda, capace di creare le tipiche screpolature del batik su entrambi i lati del tessuto. Questo metodo riusciva persino a imitare l’odore caratteristico del batik giavanese.Tuttavia, per il mercato indonesiano questi prodotti risultavano troppo costosi. Gli europei iniziarono così a puntare sull’Africa occidentale e centrale, dove i tessuti wax divennero rapidamente sinonimo di ricchezza, prestigio e status sociale.
Nel 1890 Prévinaire cambiò nome in Haarlemse Katoen Maatschappij (HKM) e, nel 1895, produsse il primo tessuto stampato a cera con motivi specificamente africani. Nel frattempo, l’imprenditore scozzese Ebenezer Brown Fleming iniziò a importare wax in Africa occidentale, diventando rappresentante esclusivo di HKM e fondando una propria azienda commerciale.
Gli agenti europei raccoglievano campioni di tessuti locali e importati per interpretare i gusti dei clienti africani. Gli esemplari tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo mostrano chiaramente come i designer europei si ispirassero a modelli africani, indonesiani e olandesi per creare nuovi motivi decorativi.
Il ruolo centrale delle donne africane
Con il tempo, fu sempre più il gusto africano a determinare l’evoluzione del settore. Un ruolo fondamentale lo ebbero le commercianti africane, spesso donne, conosciute come Nana Benz, così chiamate perché si presentavano alla guida di Mercedes.Queste donne viaggiavano direttamente in Europa per ordinare i tessuti presso le fabbriche, influenzando in modo decisivo i disegni prodotti.
Tradizionalmente, i nomi dei motivi wax rimandano alla saggezza popolare, ai proverbi, alle relazioni sociali, agli standard etici o alle fonti tradizionali di potere. Molti disegni sono stati riutilizzati e reinterpretati nel tempo: alcuni motivi oggi in commercio risalgono addirittura al 1880.Per ridurre i costi, i produttori europei iniziarono anche a stampare i tessuti su un solo lato, utilizzando rulli industriali.
Il wax oggi: tra tradizione e globalizzazione
A partire dagli anni Sessanta del Novecento, vennero fondate fabbriche di wax in Ghana e in molti altri Paesi africani, dal Senegal al Congo. Ancora oggi queste industrie rappresentano una voce fondamentale dell’economia locale.I tessuti wax sono considerati tessuti prestigiosi, capaci di raccontare chi li indossa: status sociale, ricchezza, relazioni e identità. Sono indossati da uomini e donne e svolgono un ruolo centrale sia nella vita quotidiana sia nelle cerimonie.
Oggi quasi tutte le fabbriche europee hanno chiuso, ad eccezione della storica Vlisco, principale produttrice di wax, che mantiene alcuni stabilimenti nei Paesi Bassi ma produce soprattutto in Africa, con oltre 3.000 dipendenti. Vlisco realizza diverse varianti di wax olandese, tra cui il real dutch wax, il più prestigioso e ancora centrale nella moda africana contemporanea, il superwax e il wax block print.
Negli ultimi anni, le imitazioni di wax prodotte in Cina hanno conquistato una fetta sempre più ampia del mercato africano, grazie ai costi più bassi. Questo ha reso i tessuti accessibili a un pubblico più vasto, seppur a discapito dell’autenticità.Conoscere la storia completa dei pagne, o wax, permette però di comprendere il loro valore culturale profondo: non semplici tessuti, ma veri e propri archivi di memoria, identità e relazioni sociali.
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